CH’OSÈ ADD'ACCÙSSÌ

29/08/2016
ÈREVA RE VIENTO – POESIE DI GIUSEPPE DE VITA QUEL FANTASTICO “LUOGO” CHE È LA POESIA E DEL DIALETTO
 
Ferme le mie oggettive difficoltà a delimitare la nozione di luogo nella sua dimensione spaziale di vuoto/pieno, è sorprendente come alcuni di essi siano immutabili. Restano immobili. Fascinosi, come fossero stati ibernati, protetti da inviolabili involucri e niente e nessuno può dissacrare. Nemmeno la mano di raffinati ideatori di architetture, ne tradisce la materia, ne sovverte l'aurea o ne intacca lo spirito. Niente da fare, rimane là com'è, quel luogo, con le sue geometrie, i suoi volumi, la sua grammatica, le sue linee di fuga, i tentati soprusi, gli alleggerimenti, le sue ferite, la sua storia. “Lui” resta là: materico e immaterico, onnipresente. Si proietta inciso, indolente e sconfinato piano intelligibile, che si muove in uno stato di equilibrio indifferente (come ci spiegava il professore di Scienze delle Costruzioni) e perpetua il suo stato. Indispensabile all'universo (almeno a quello di ciascuno che ha la fortuna di avvertirlo: i poeti ), componendolo con la propria identità di vuoto e di materia.

Sfido quanti che solcano “La Piazza”, se nell'incedere non proiettano la grandezza di Giorgio De Chirico, “ideatore” della pittura metafisica, considerata un brano isolato delle avanguardie storiche dei primi del novecento. Il Maestro, con la sua pittura e i suoi soggetti, pare replicare il Timeo di Platone. Anche qui “Il Luogo” coi suoni del suo silenzio, è il cosmo che diviene il tuo cosmo. Non so quanti, accetteranno la sfida, ma a me capita. É accaduto anche ieri sera, l'ultima domenica di agosto, appena dopo aver attraversato dal piede del Paese, quella che fu la “Porta di Mezzo”, più nota come Arco della Piazza. Varcarla è come passare la frontiera, ti libera da una condizione e subito te ne aggiunge un'altra. É da questo nuovo luogo che, “vinto” l'impianto urbano medievale, ti trovi proiettato nella Piazza: complemento essenziale dell'imago urbis di cui ci dice Vitruvio, nella quale insistono, anche se non evidenti, diverse stratificazioni. Basta il colpo d'occhio per avvertirne le funzioni, non solo quelle accadute, a patto però, di esercitare l'immaginazione imbastendola con le proprie conoscenze.

La Chiàzza! Quel luogo, questo luogo è la mia “Abbazia di Rennes-le-Chateau”. Mi affascina. Le sue botteghe, la sua gente, il Giurista, l'Albero della Libertà (Ahinoi, sempre più spesso vilipeso costretto com'è a fungere da isola ecologica abusiva). L'odore pungente del bianco Reliscato dei Mari del Nord, stranamente, questa sera, non pervade. La Piazza sta smettendo di essere, una delle isole Lofoten, ma annuncia, tenace: c'è aria di festa, sottotono, anche in segno di rispetto per le vittime dell'ultimo terremoto, dove, tra le altre, figura anche l'ottuagenaria Suor Agata Galasso. Luci insolite l'arredano, modellando in chiaro-scuro angoli urbani rendendoli, almeno nelle intenzioni, più accoglienti. Non basta. Colgo il riflesso di un raggio vagante: è il Sole dall'ovest. Il suo riverbero racconta di quei caratteri di colore d'oro, impressi sul volto familiare di uno dei suoi edifici storici, da poco restituito nella sua originaria bellezza. Dicono di un “luogo” del sapere. - SOCIETÀ DI MUTUO SOCCORSO FRA GLI OPERAI DI AVIGLIANO BIBLIOTECA “TOMMASO CLAPS” -. Non meno bella la sua scalinata, faticosa da salire, ma, per fortuna, ancora affrancata dall'ingiuria di inutili e deturpanti appendici. La salgo per arrivare in Biblioteca, ho l'invito.

Giungo con qualche ritardo, che nessuno nota - non poteva che essere così - e mi siedo. Ascolto. É la presentazione di “èreva re viento”, un libro di poesie scritte in dialetto cilentano da Giuseppe De Vita, “ospite” aviglianese da oltre quarant'anni. Un gesto d'amore, onorato con l'articolato della propria lingua, e con l'intelligenza di conservare i suoi fonemi. Sa bene il poeta quanto importante è conservare la ricchezza espressiva del dialetto, che, mutuando, se non ricordo male, da Calvino, fa aggio sulla lingua solo se ne comprende voci ad essa non corrispondenti. Osservo l'invito. La grafica è essenziale. Bastevole a compiere l'informazione. Stupisce l'inusuale funzione di Rappresentanza Istituzionale, che si è voluta stabilire nel ruolo improprio di “moderatore”, di fatto, però, recuperata, avendone questa curato le conclusioni. Inusuale la collocazione del logo municipale, in basso a destra, dove solitamente è la numerazione delle pagine. Si tratta di un messaggio subliminale? Rivedo l'invito.

Non mi basta. Lo riguardo, riosservo. Ora il tessuto di un muro a secco, fa bella mostra e accoglie nelle sue “viuzze” bande di erba aggrappata, che offre il suo ventre biancastro al vento, finalmente liberato dal suo otre, per mano del poeta. Troppo “semplice”, non sarà solo questo il suo messaggio, e, proprio come la Poesia, non può essere semplice. Ha le sue regole la poesia che il poeta conosce, e sa che deve domarle se vuole elevarla a spirito. Si, perché solo allora la figlia di Calliope ti esorta al viaggio e ti parla delle Colonne esortandoti a oltrepassarle, muovendo oltre: « Ma misi me per l'alto mare aperto » dice Odisseo per bocca del Vate toscano. Ancora non mi basta. Non mi accontento. Questa volta, inquieto, scruto. Eccola la chiave di questo “luogo”, finalmente svelato. In quella banda di colore verde (verde come l'erba) la sua foggia... Il suo piano, quello dal quale fonda il suo tutto, si rivela e mi appare; le sue isoipse dicono di un altro luogo: il Territorio.

Sono le acque placide di un lago, che si trasformano in acque tremule, vibranti sino alla sua riva dopo aver accolto quel lembo di muro erbato, oppure è il taglio di una lama diamantata che ha sezionato quella preziosa roccia che è l'onice alabastrino? La metafora è chiara in entrambe le letture! Mi “taccio”, cristallizzo il mio pensiero ed ascolto tutti. É lui, l'ing. De Vita, il Poeta. Questa volta è qua, impresso dall'affetto dei suoi e di tutti noi. Non cammina per le vie del paese, come sovente fa, avanzando lentamente, con eleganza e un libro tra le mani, che legge con la premura contestuale di procurarsi sempre nuovi equilibri. É lui che declama le sue creature, con lingua sua, a tratti familiare, anche se un po' disturbata dall'arpeggio di una chitarra; presenza a mio avviso non vitale, e, non me ne voglia il bravo musico. Un atto d'amore autentico, e, quel luogo metafisico che è la Poesia, si fa l'aria che respiriamo; diviene l'arena di un ordine danzante. Ogni sillaba è un accordo e si libra.

Come un suono madrigale, volteggia, descrive magnifiche traiettorie; permea, che pure gli scaffali, rigidi custodi delle preziose cinquecentine, sferrano i cardini liberandole compiaciuti. Un'altra poesia! Uno spartito. Un quadro: «Le concezioni del mondo sono miscugli di vocaboli», sembra riproporsi la migliore tradizione dadaista. Inutile cercare di capire Dada, bisogna solo che si sperimenti, affermava un suo autorevole esponente. Non è, forse, “pane” questa sottile forma di dadaismo, per chi intende comunicare il proprio “ardimento” con la temeraria arte della poesia, rendendo l'operazione ancora più “difficile” usando il proprio dialetto, peraltro in una terra vanitosa che ne loda uno diverso? Intuisco, e, sottovoce, mi limito a dire di si, cosciente come sono della mia imprudenza, per niente sorda alla modesta e forse anche caotica, dimensione dottrinale che mi accompagna. Perché, varcare le Colonne ed affrontare i marosi dell'Oceano sconosciuto con bieca emulazione, senza, cioè, “'l saver dè venti et astri”, senza possedere un natante compreso di equipaggio e nemmeno un modesto sestante, non è da impavidi eroi, ma da fessi e somari. Ulisse, il bell'eroe Re di Ilo, navigatore accorto e uomo astuto, rimasto indenne dall'attenzione di maghe e sirene, sapeva di averle, e, soprattutto, sapeva di essere Ulisse! Parrà difficile da accettare, ma non tutti lo sono, al più, come ci invita suo padre “il cieco e mendico Omero”, potremmo ambire a diventarlo, ma non prima di affrontare e superare, come lui, ogni avversità. Adesso, nel suono di quei versi che ho ascoltato, confino, e, da quel luogo che è il silenzio, ritorno alla piacevole serata di quell'ultima domenica di agosto.

Ringrazio Giuseppe De Vita, anche lui, come Leonardo Sinisgalli, Poeta ingegnere.

 
a cura di Donato Claps
fonte aviglianonline.eu