Una leggenda, appresa verbalmente dai vecchi, narra che il primo nucleo di abitanti di Avis Locum fu un piccolo gruppo di marinai dell’Oriente, ivi rifugiatosi con le famiglie, per sottrarsi alla cattura, a seguito della perdita della loro nave in combattimento. Giunto in Lucania, il gruppo si addentrò fermandosi nella zona denominata Avis Locum che, specie nella parte montana, era una selva impenetrabile e così sicuro rifugio.....
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Una leggenda, appresa verbalmente dai vecchi, narra che il primo nucleo di abitanti di Avis Locum fu un piccolo gruppo di marinai dell’Oriente, ivi rifugiatosi con le famiglie, per sottrarsi alla cattura, a seguito della perdita della loro nave in combattimento. Giunto in Lucania, il gruppo si addentrò fermandosi nella zona denominata Avis Locum che, specie nella parte montana, era una selva impenetrabile e così sicuro rifugio.
*se hai letto il testo in prima pagina allora sei arrivato qui* Ciò avvenne durante l’ottavo secolo. La stessa leggenda aggiunge che prima dell’Era Cristiana, la Lucania alla dipendenza di Roma, era una regione fertile e popolata. Al passaggio di Annibale gli abitanti lo accolsero bene provocando così la vendetta dei Romani imponendo la coscrizione obbligatoria e l’abbandono delle zone. Molti disertarono e trovarono rifugio sicuro in Avis Locum. Il nucleo venuto dall’Oriente, in occasione di feste, raffigurava la perdita della loro nave, per esso ritenuta come simbolo sacro e quindi un caro ricordo, riproducendo una grande barca, con a centro, un alto castello a forma di cupola. Essa era illuminata con lampioni e lampioncini ad olio e munita di sbarre, venava portata in giro per il paese preceduta da centinaia di lampioni e accompagnata dal pubblico con torce, musiche e spari di castagnole. Era fiancheggiata da molti giovani vestiti e armati all’uso orientale. Anche il costume delle donne è tramandato oggi con caratteristica bizzarra che lo distingue da tutti i paesi limitrofi. Sino a qualche anno fa era ancora in uso la tradizionale nave con i “turchi”. Per quando riguarda l’origine del costume si vuole che gli uomini rifugiatisi in Avis Locum, privi di donne, cominciarono a fare delle scorribande non riuscendo a nulla. L’occasione propizia fu quando una decina di essi, accortisi che alla fiumara c’era gente che lavava e propriamente nella zona “Ghiane ri Vrecce” ove oggi vi è sorgente d’acqua sulfurea, assicuratisi che non erano scortate, le piombarono addosso e in men che non si dica le trascinarono in Avis Locum, rinnovando così il ratto delle Sabine. Gli abiti potevano tradire le donne per cui gli uomini adattarono alla moda orientale creando così il costume formato di “sciusce, uandisine, curpette, e tuàglia” in testa e, nelle grandi occasioni “l’arriccia”. Oggi il tradizionale costume tende a scomparire, adottato soltanto dalle contadine. Sino al 1926 si vedeva ancora in giro qualche contadino vestito all’antica e cioè con lu “scuarpunett e lasce, con stualedd, vracone (i pantaloni), con fascia bleu, la cammisola ( il panciotto), lu quapane ( la giacca) con le tasche alla cacciatora, lu fugnette ( il cappello)”, la famosa produzione locale dei cappellai (quappeddare). Formato così il rione “ Il Casale”, che si estendeva verso la strada che conduceva alla cappella di S. Biagio, per la carenza delle abitazioni e perché nel nuovo luogo gli abitanti trovarono modo di lavorare e di vivere, si cominciò a formare l’altro quartiere detto “ Borgo di S. Caterina” con un piccola piazza ove fu eretta una croce in legno con la seguente iscrizione, croce, poi fatta in pietra nel 1798 ed oggi tolta.
HEIO PRIMUN SACELLUM DIVAC MOX COLLAPSIS AEDIBUS TEMPLUM PROXIMIORI IOANNITICO MITUM AST NEA LOCO SACRO RELIGIO ERIPERETUR LIGNEA COLUMMA FUIT POSITA DEHINDE CURA SACERDOTIS VITI LOVALLO LAPIDEA SUBROGATA A.D. 1798 MAGISTER VITUS MANFREDI FECIT
Oggi la piazzetta è chiamata largo S. Giovanni. Nella parte più elevata del rione “Dietro le Rocche” sorgeva il vecchio castello dei signori Caracciolo, baroni e proprietari di Avigliano. Distrutto il vecchio castello, poco distante fu costruito, nel 1734, quello attuale del Principe Doria che sin dal 1600 aveva ereditato quella proprietà dei Caracciolo. Il castello, di proprietà Stolfi sino al 1911 fu aggiudicato al Comune nel 1912 nella vendita all’asta pubblica. Nel secolo IX si ha l’inizio della costruzione dell’antica Chiesa Madre, sulle cui rovine oggi vi è l’attuale e tra la fine di detto secolo e l’inizio del X si costruì il borgo “dell’Annunziata” che ben presto si congiunse con gli altri due esistenti. L’antica chiesa occupava lo spazio che oggi forma “la piazzetta” mentre il campanile era situato nel locale della cernitrice, poi Ufficio del lavoro. In detto rione, per opera del Monsignore Claverio, vescovo di Potenza, fu costruito un ospedale e qui nel 1050 soggiorno Roberto Guiscardo, di passaggio per Melfi, per incontrare il papa Nicolò II per un concilio. Nel 1100 visitò Avigliano S. Gerardo, vescovo di Potenza. All’inizio del XI secolo troviamo Avigliano come un modesto villaggio. Nel 1240-46 troviamo il nome Avigliano, insieme con Pietragalla, Ruoti e la Caldane negli “Statuti Officiorum Federici II”fra i territori che la casa imperiale di Monte Marcone deve restaurare (T. Claps opera citata). Nel 1278-79 Avigliano è di proprietà del barone Ambalo di Roma, a lui pervenuta per concessione del re Carlo I. d’Angiò ( G. Fortunato in “Avigliano nei secoli XII E XIII)”. Nel 249 re Carlo d’Angiò con atto del 16-5-1324, concesse Avigliano in feudo a Bello di Bello da Messina (G. Fortunato op. citata). Da tale data e sino al 1530 non vi sono tracce di altre concessioni e in tale data troviamo signore di Avigliano il barone Geronimo Caracciolo. Nel “Dizionario storico geografico” del Giustiniani troviamo lo elenco dei signori che possedettero Avigliano dal 1530 al 1612, anno in cui Avigliano passò in potere della famiglia Doria, investita del titolo ducale di Avigliano. Tra il 1350 e il 1400 si aggiunsero i rioni “Serritello e Poggio” e al rione “Serritello” nacquero i fratelli Nicola e Leonardo Coviello, giuristi insigni, e la loro umile casetta è stata possibile ubicarla al corso omonimo, al n. 5-7 come da testimonianza dei vecchi. Nel 1500 si aggiunse quello della “Lavanga” sulla cui arteria principale, una volta Via Umberto I , oggi Corso Emanuele Granturco, in una modesta casetta doveva nascere E. Granturco “Il grande giurista lucano e uomo dalle molte anime” come lo definì Giustino Fortunato, commemorandolo alla Camera. Oggi sulla facciata al detto corso si legge:
IN QUESTA UMILE CASA ADDI’ 20 MARZO 1857 NACQUE EMANUELE GIANTURCO CON LA VIRTU’ GRANDE DELL’INGEGNO E DEL CUORE NE FECE UN LUCIDO FARO ALLA GENTE LUCANA 30 NOVEMBRE 1907 Di tale epoca è la seguente iscrizione: NO EGO ; QUISNA? QUID DEL NICHILO CUNCTA CREAVIT NO VENERI SED HONESTATI DICAVI ANNO DOMINI 1576
Nel 1532 Avigliano era tassato per fuochi 133; nel 1545 per fuochi 176; nel 1561 per 216; nel 1595 per 439; nel 1648 per 537 e nel 1669 per fuochi 601 e proprietario di tutto il territorio era Giuseppe Antonio Caracciolo che nel 1610 lo vendette per ducati 63.000 al dottor Ferrante Rovita Unica risorsa era per gli abitanti la pastorizia, e il dottor Telesca, nell’opera citata, afferma “ che nel corso del secolo XVI la pastorizia attecchiva e la popolazione contava appena 215 fuochi, che vi erano 30.000 pecore, oltre ad altre industrie armetizie.” Dal 1294 al 1799 Avigliano è in continua lotta contro il feudalesimo. Avigliano, come Comune, è sorto dopo il 1520 mentre il Castel Lagopesole fu aggregato alla circoscrizione Amministrativa di Avigliano il 1807. Però sin dal 1742, nella formulazione del catasto onciario, la colonie degli aviglianesi erano state iscritte nelle mappe del Comune di Avigliano. Durante il Regno delle Due Sicilie, il territorio di Avigliano, compreso il centro abitato, è suddiviso in sezioni coma dal processo verbale del 1807, verbale che riporto per intero al solo scopo di dare una esatta idea di nomi e luoghi.
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